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Il Punto Mudar a perspectiva -
Note intorno allo sciopero dei lavoratori Matrix

Gennaio 2002


Mi hanno chiesto un commento sul primo sciopero dei lavoratori della new economy, quelli della Matrix, ai quali e' stata ventilata una riduzione
drastica del personale. La storia e' nota ( www.tutearancioni.org ).
Ci provo. Anche se da qui e' un po' difficile.

Butto giu' due righe mentre sono su un pullman gran turismo diretto a Porto Alegre, nel Rio Grande du Sul, Brasile. Il viaggio da S. Paolo, dove sono partita, e' lungo - circa diciotto ore. In Brasile non ci sono ferrovie, non le hanno costruite, cosi' ci si muove in autobus. S. Paolo e' un grumo di palazzi e fabbriche e baracche, senza una circonvallazione - percio' le macchine sono costrette in code interminabili. Ci vuole molto tempo per
uscirne - e fuori, appena fuori un'area che fa circa venti milioni di abitanti, fuori non c'e' niente, o quasi. Strano no? Mi provo a guardare le cose da questa prospettiva, quella di un'umanita' che si sposta in pullman su distanze enormi e trova tutto cio' normale.

La new economy c'e' anche in Brasile, i siti che ho visto sono ben fatti, funzionali, moderni. E poi, a S. Paolo esistono strade in cui si vendono, come ai baracchini fuori dallo stadio, pezzi di memoria RAM, schede audio e video, cavi, cavetti, CD con programmi o videogames, DVD... convivono con i negozi, piu' o meno moderni, piu' o meno autorizzati. In un palazzo di cinque piani gli appartamenti sono stati convertiti a mini-negozi di articoli elettrici o nformatici, una specie di grande magazzino artigianale.
Quindi la new economy e' arrivata anche qui, mi pare di poter dire. Quanto sia new in realta' non saprei dire, e nemmeno quanto faccia soldi - ho notato pero' grande profusione di riviste e manuali informatici, Linux compreso, sulle bancarelle dove vecchio e nuovo convivono senza traumi.
Ecco, ho trovato il punto di contatto - vecchio e nuovo che convivono, come per lo sciopero dei lavoratori Matrix, azzarderei. Non c'e' niente di "new" nella loro vertenza (si puo' chiamarla cosi'? Dobbiamo fare i conti anche con le parole), ne' nella loro sacrosanta richiesta di vedere rispettati i patti.
Eppure. Eppure qui ci si scontra con uno dei rompicapicapi di internet, con la seconda parte del termine, con l'"economy". Una dot.com non fa soldi,
non sempre almeno. A meno che non abbia uno sponsor, o un benefattore, o un compratore, fa lo stesso: non basta offrire un buon servizio (come Virgilio, appunto, o come questo sito, che sta in piedi per passione nonostante il successo che ha) per guadagnare. E del resto nessuno e' disposto a pagare per avere un servizio su internet. Se sia giusto non lo so, pero' bisogna prenderne atto.

Anzi, forse si puo' fare un passo avanti. Forse si puo' immaginare internet come un modo collaborativo di gestire la conoscenza, di condividerla e comunicarla. Dopotutto, la rete era nata per questo, no? Forse si puo' cercare di cambiare prospettiva, e andare verso una consapevolezza migliore. Forse - azzardo ancora di piu' - si puo' pensare a certi servizi come a qualcosa di buono per la collettivita', un po' come per le biblioteche o i musei, e pensare che questi siano lavori ad alto contenuto etico, non solo commerciale. Mi rendo conto di abbozzare uno scenario molto particolare, forse utopico. Forse occorre uno scarto laterale, una capriola di pensiero, che ci faccia uscire da questa impasse tra l'utilita' di un servizio e il suo rendimento economico.

Sara' perche' ora scrivo ad una postazione pubblica al forum sociale di Porto Alegre, con un PC che fa parte del progetto Free software, ma visto da qui un mondo diverso sembra davvero possibile.

francesca

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